“L’Ombra della Jihad sulle Olimpiadi di Sochi – Threat Assessment” di Michele Avino

analisi della minaccia terroristica

L’Osservatorio ha il piacere di ospitare un importante ed attualissimo contributo del Dottor Michele Avino, esperto analista d’intelligence, il quale offre un’attenta analisi dei recenti attentati terroristici avvenuti in Russia e che stanno minando la cornice di sicurezza dei giochi olimpici invernali che si svolgeranno a Sochi nel prossimo mese di febbraio. 

Il documento, oltre all’analisi dell’attentato avvenuto a Volgograd in ottobre e degli ultimi due eventi del 29 e 30 Dicembre u.s., offre inoltre un quadro del ruolo che sta acquisendo la donna all’interno dei gruppi terroristici e dei trend del terrorismo di matrice cecena ed islamica.

 

L’ombra della jihad sulle Olimpiadi di Sochi – Threat Assessment

By Michele Avino

Un duplice attentato terroristico di matrice suicida scuote la Russia a due giorni dalla fine dell’anno e ad un mese dall’inizio dei giochi olimpici invernali di Sochi facendo tornare l’incubo del terrorismo fondamentalista islamico.

Ad essere colpita per la seconda volta in pochi mesi è la città di Volgograd già teatro di un attentato terroristico nello scorso mese di Ottobre.

Due distinti attacchi uno all’interno della stazione di Volgograd ed uno a bordo di un filobus per un bilancio totale di circa 30 vite umane.

Due attentati in meno di 24 ore, stessa matrice, elementi identici, ordigni simili presumibilmente aventi unica origine di fabbricazione.

Sul filobus erano presenti parenti delle vittime della stazione di Volgograd del primo attentato: tragica coincidenza o disegno premeditato?

I terroristi stanno cercando di aprire un fronte interno e siamo di fronte ad atti compiuti in località lontane dal Caucaso a dimostrazione che l’obiettivo dei gruppi jihadisti è colpire direttamente nel cuore della Russia.

Infatti, la strage della stazione di Volgograd di domenica 29 Dicembre ripropone uno scenario simile a quello dell’attentato del 21 Ottobre nel quale sei persone persero la vita a seguito di una esplosione provocata da un attacco suicida.

  • Gli eventi inducono a formulare una serie di osservazioni relativamente all’obbiettivo, alla metodologia applicata ed ai soggetti agenti.
  • Entrambi gli attentati sono stati perpetrati nella città di Volgograd ed hanno interessato mezzi di trasporto pubblico
  • Si tratta di attentatori isolati
  • Utilizzo di ordigni esplosivi attivabili con detonatore a mano

Il mistero sull’identità dell’attentatore alla stazione di Volgograd continua. Inizialmente si era infatti pensato a una donna caucasica tale Oksana Aslanova di anni 26 originaria del Daghestan i cui resti sono stati trovati vicino al luogo dello scoppio che da riscontri informativi risultava inoltre amica di Naida Asiyalova che si fece esplodere lo scorso Ottobre sempre a Volgograd, uccidendo sei persone. In base a informazioni successive, il responsabile dell’attacco sarebbe stato individuato in un uomo, di fisionomia slava, che avrebbe portato l’esplosivo in stazione in uno zaino. Le circostanze sembrerebbero portare a lui grazie alle telecamere a circuito chiuso. I riscontri investigativi in corso dovrebbero chiarire la situazione al fine di poter meglio delineare eventuali connessioni tra gruppi jihadisti operanti.

Non è da escludere che i due, l’uomo e la Aslanova stessero operando in coppia.

Fonti russe individuerebbero in Pavel Pechenkin l’attentatore. Nato a Volzhsk, nella repubblica dei Mari, nel centro della Russia, nella primavera del 2012 si è unito ai militanti del Daghestan dopo essersi convertito all’islam e aver cambiato nome in Ansar ar-Rusi.

Vale la pena evidenziare che gli attentatori degli ultimi mesi erano tutti diretti a Mosca il giorno dell’attentato ed entrambi hanno fatto scattare il detonatore della bomba che indossavano quando hanno percepito il rischio di essere stati individuati in fase di controllo quali possibili sospetti.

Appare quindi chiaro come l’obbiettivo dei gruppi jihadisti del Caucaso sia quello di colpire Mosca, centro simbolico del potere russo, che i vari militanti cercano di raggiungere utilizzando mezzi di trasporto pubblico.

Un terrorista suicida è spesso l’ultimo anello di una lunga catena organizzativa che coinvolge tra l’altro anche soggetti che non hanno alcuna intenzione di suicidarsi ma che contribuiscono a formare e consolidare nelle reclute il pensiero dell’azione suicida.

Sotto il profilo strategico e tattico l’attentato suicida presenta diversi vantaggi, tra l’altro rinvenibili quali indicatori nei recenti attentati in Russia:

  • Il terrorista suicida si fa esplodere anche se fallisce l’attentato, provocando comunque danni ed eliminando inoltre la possibilità di essere arrestato;
  • Il terrorismo suicida ha un’elevata percentuale di successo nel compiere l’attentato ed è tatticamente flessibile potendo cambiare obiettivo anche all’ultimo minuto;
  • Il terrorismo suicida si avvale dell’effetto sorpresa e della clandestinità considerato che il numero delle infrastrutture critiche da proteggere è elevato.

Quello che emerge dagli ultimi eventi in Russia è la forte partecipazione delle donne, di età compresa tra i 20 ed i 30 anni alla preparazione degli attacchi e soprattutto al reclutamento di potenziali attentatori spesso attraverso la costruzione di relazioni sentimentali. Le predette donne presentano solitamente un livello socio-culturale superiore alla popolazione dell’area di provenienza e mirano ad individuare giovani russi facilmente affascinabili da sentimento anti-russo ed alla ricerca di riscatto personale e sociale.

Gli attentati di questi giorni potrebbero essere probabilmente il prodotto di un’altra missione portata a termine da donne, dalle cosiddette “shahida”, le chiamano anche fidanzate di Allah. Non è possibile tracciare un unico identikit psicologico o sociale di questi soggetti, le situazioni intensamente conflittuali finiscono per produrre numerose tipologie di individui con tratti comuni e potenzialmente determinati a sacrificarsi per la loro causa.

Il fenomeno delle c.d.  black widows, riapparse dopo le azioni al teatro Dubrovka di Mosca (2002) e di Beslan (2004) – in 13 anni 49 attentati suicidi in Russia, con 780 vittime –  sta diventando un’altra spina nel fianco della politica di sicurezza russa. Si ebbe notizia delle loro prime azioni già nel 1999, in Cecenia, ma si è registrato un balzo in avanti eccezionale dopo il 2010, con vedove di militanti provenienti proprio dal Dagestan, discriminate dalla stessa famiglia d’origine e con grandi difficoltà ad integrarsi in una società ad alto tasso di disoccupazione e corruzione. L’affiliazione a gruppi jihadisti da parte di queste donne si rivela essere una soluzione estrema ma anche risolutrice di problemi di sostentamento: a loro, peraltro, viene riconosciuto un ruolo importante nel reclutamento di giovani così come nella raccolta di fondi per la lotta armata.

Secondo la studiosa Farhana Ali (RAND Corp.) sono le quattro “R” a trasformare una donna in attentatrice suicida: (Revenge) la vendetta per la perdita di un familiare; (Reassurance) dimostrare che la donna è in grado di imitare l’uomo; (Recruit) reclutare altre simpatizzanti e dare l’esempio; (Respect) ottenere il rispetto e la considerazione sociale della comunità.

Le donne jihadiste in Russia sembrano essere in costante aumento e rappresentano un vero e proprio incubo per i servizi di sicurezza che devono necessariamente cambiare approccio nella prevenzione e nel contrasto per cercare di neutralizzare il maggior numero di potenziali minacce.

Questo fenomeno è ben descritto nel libro della giornalista russa Julija Juzik “Le mille fidanzate di Allah” (2004), laddove l’autrice ripercorrendo la Cecenia e le origini delle giovani che si erano fatte saltare negli attentati ha osservato che in molti casi la religione c’entra poco poiché le loro storie personali dicono ben altro. La spinta a cercare la morte è una tragedia personale o una vita infelice alla ricerca di affermazione.

Ulteriore aspetto da considerare è il crescente fenomeno delle conversioni all’islam da parte di giovani russi. Si tratta solitamente di giovani colti da un’esperienza di vita limitata che si lasciano affascinare da un’ideologia estremista che appare quale unica soluzione.

Spesso il proselitismo e reclutamento dei giovani in russi avviene sul web, dove vengono attirati da discussioni su interessi comuni, gli stessi in fase di conversione iniziano a studiare l’arabo per poi decidere di trasferirsi nei campi di addestramento veri e propri.

L’analisi informativa rivela un incremento del livello di appoggio delle idee dell’islam radicale, soprattutto negli ambienti giovanili.

Il contrasto diventa pertanto complesso, il terrorista suicida non cerca una via di scampo e sceglie lui stesso tempo e modalità di attacco pianificando nel tempo la propria e l’altrui morte.

Volendo formulare delle considerazioni in merito possiamo innanzitutto affermare che con l’avvicinarsi delle Olimpiadi di Sochi (7-23 Febbraio 2014) la regione del Daghestan è di fatto l’epicentro della militanza jihadista dove concentrare maggiore attenzione.

Infatti, se la Cecenia e i suoi guerriglieri sono tenuti sotto stretto controllo, il vicino Dagestan diventa area di raccolta, è oggetto di proselitismo jihadista e soprattutto ne sta subendo le drammatiche conseguenze, sia per via della repressione del governo centrale sia per l’aumento delle azioni terroristiche.

I recenti attentati del 29 e 30 Dicembre costituiscono un’altra dimostrazione che la minaccia è reale e che se i jihadisti caucasici possono colpire ripetutamente a Volgograd potranno fare altrettanto con l’ancor più vicina Sochi.

Il deterioramento della sicurezza in concomitanza con i giochi olimpici invernali deve essere ricollegato all’appello di Doku Umarov (il Capo carismatico Ceceno) della scorsa estate il quale con un video postato su youtube ha invitato i militanti jihadisti ad incrementare l’azione terroristica nell’ottica di sabotaggio dei giochi olimpici che ritiene essere stati “organizzati sui resti dei nostri antenati, sulle ossa dei molti musulmani uccisi sulla nostra terra lungo la costa del Mar Nero”.

L’imperativo non può che essere anticipare, analizzare e prevenire.

Nel caso specifico della Russia nel suo complesso e del rischio derivante dalla presenza jihadista caucasica, la gestione delle informazioni da parte dei servizi di sicurezza deve comportare un continuo flusso di dati, potenti funzioni di ricerca e strumenti di indicizzazione che consentano i più svariati collegamenti relazionali e temporali.

Fra gli aspetti di particolare rilevanza rientrano le componenti sociali, etniche, razziali con le loro aspirazioni, rivendicazioni o vertenze, le tradizioni, gli interessi e i valori.

L’attività informativa deve essere quindi sostenuta da una cultura più approfondita dello specifico fenomeno.

Tempistica ed obbiettivi sono stati evidenti negli ultimi attentati, regia unica e ben precisa forse non necessariamente da ricercare a Groznyj. Infatti, visto l’appoggio dato ai terroristi ceceni da Arabia Saudita e Qatar non è da escludere che la regia sia altrove.

Un altro rischio che non deve essere escluso ne sottovalutato risiede nel fatto che per colpire le “olimpiadi di Putin” vengano mobilitati anche terroristi stranieri. Infatti la mobilitazione di molti jihadisti caucasici per combattere in Siria quali foreign fighters, potrebbe assicurare connessioni importanti con il terrorismo islamico internazionale interessato a colpire il principale sponsor del regime Siriano di Bashar Assad.

Il flusso di combattenti dal Caucaso del Nord verso la Siria è in costante aumento e anche quest’anno – in particolare dopo le richieste di aiuto lanciate dai ribelli, sempre più in difficoltà – il loro numero continua a crescere: secondo i servizi di sicurezza russi, solo nel mese di giugno circa duecento russi sono stati segnalati tra i gruppi affiliati ad Al Qaeda in Siria.

Il transito di combattenti verso la Siria sarebbe passato inizialmente attraverso l’aeroporto di Mosca verso i Paesi arabi, soprattutto del Golfo Persico, mentre recentemente, secondo i servizi di sicurezza russi, si sarebbe registrato un altro pericoloso fenomeno che vede, invece, protagonista l’Europa, in particolare la Germania, seguita a ruota dalla Polonia.

Non è da sottovalutare in tal senso una tendenza registrata di recente che vede una forte immigrazione russa verso la Germania, nella quale sarebbe inoltre rinvenibile una considerevole componente proveniente dalla Cecenia. Infatti si tratterebbe di ceceni con passaporto russo. Nel 2013 il trend si è triplicato: a luglio, il 90% dei 10mila russi emigrati era di origine cecena. Fra questi sarebbero già stati individuati almeno 200 elementi considerati “pericolosi” da parte del Bnd, i servizi di sicurezza tedeschi. L’attenzione da parte tedesca è aumentata nel mese di maggio, quando una intercettazione telefonica ha rilevato l’eventualità di operazioni “cecene” in Germania. Lo stesso fenomeno migratorio è stato registrato anche in Polonia, in particolare, da Varsavia, da cui i “ceceni” giunti da Mosca, si sposterebbero verso la Germania.

Pur tenendo conto di tale esodo è certo che rimangano presenti nel Daghestan almeno una decina di gruppi islamisti con centinaia di membri e complici, alcuni dei quali potrebbero già essere impegnati a preparare attacchi in coincidenza delle olimpiadi.

A parlare di combattenti ceceni siamo in pochi, soprattutto fra gli analisti sebbene si tratti di uno degli elementi a mio parere più strategici negli attuali scenari di sicurezza occidentali.

L’agenda dei militanti jihadisti ceceni in Dagestan va, dall’islamismo puro salafita (frutto del ritorno di molti giovani dalle madrasse del Medio Oriente, in particolare saudite) sino alla vendetta personale e al racket per traffici loschi, in cui le rivendicazioni religiose si mescolano agli interessi dei politici locali, in una serie di dinamiche di potere molto complesse e che rappresentano la vera sfida per le autorità russe.

Il proselitismo, trova terreno più che fertile in Dagestan, una provincia con forti livelli di disoccupazione e alta corruzione, dove l’islamismo rappresenta l’unica arma contro la miseria e le ingiustizie sociali: gli stessi imam ottengono forti erogazioni da finanziatori per lo più dei Paesi del Golfo, vicini al jihadismo e alqaedismo, ossia gli stessi che hanno poi portato i guerriglieri ceceni sui fronti caldi afgano, iracheno, libico e, da ultimo, quello siriano.