RISCHIO CHIMICO-BIOLOGICO – Il Lawrence Livermore National Lab sviluppa una “seconda pelle” per la protezione da agenti chimico-biologici

RISCHIO BIOLOGICO

Le nanoscienze e le nanotecnologie costituiscono da tempo un nuovo approccio scientifico e tecnologico finalizzato al controllo della struttura e del comportamento sostanziale della materia a livello atomico e molecolare. 

 

Negli ultimi anni i nanomateriali sono stati oggetto di enorme interesse ed è comunemente diffusa l’idea che possano portare ad una vera e propria rivoluzione tecnologica al pari dell’avvento dell’elettronica e dell’informatica. 

 

La varietà di materiali in cui possono essere applicate le nanotecnologie è elevata e le potenziali applicazioni investono un numero sempre maggiori di settori industriali: agroalimentare, energia e ambiente, mezzi di trasporto, farmaceutica e biomedicale, meccanica ed elettromeccanica, tessile e abbigliamento, chimica e petrolchimica, elettronica e tecnologie nonché informazione. 

 

I nanocomposti rappresentano una nuova classe di materiali, in qualche modo alternativa ai materiali compositi tradizionali. Le nanoparticelle sono infatti già largamente utilizzate per il rinforzo dei materiali e la modifica delle loro superfici rendendole, ad esempio, resistenti ai graffi e alla corrosione, idrorepellenti o anche completamente sterili.

 

Importanti applicazioni delle nanotecnologie si hanno ad esempio in ambito militare dove, recentemente, un gruppo di ricercatori del Lawrence Livermore National Lab,  con a capo il Dott. Francesco Fornasiero, sta mettendo a punto un nuovo tessuto basati su queste tecnologie. 

 

Tale innovativo materiale, grazie alla sua struttura interna con membrane di pochissimi nanometri di diametro, sarebbe in grado di bloccare gli agenti biologici,  con un diametro di almeno 10 nanometri, per mezzo della formazione di una barriera capace di far scivolare l’aggressivo dalla superficie del tessuto lasciando tuttavia traspirare la pelle. 

 

La più grande innovazione però è nella capacità di opporre un filtro meccanico al passaggio degli agenti biologici di piccole dimensioni connessa alla capacità di ostacolare e/o impedire il passaggio anche di agenti chimici.

 

In questo caso il tessuto si prevede sia in grado non solo di impedire l’ingresso dell’aggressivo chimico ma anche di eliminare la parte di tessuto contaminata. 

 

Il materiale è ancora in fase di miglioramento soprattutto in relazione alla capacità di risposta in caso di presenza di consistenti quantità di agenti contaminanti ma

 

In ogni caso, qualora la ricerca giunga ai risultati sperati, il valore di questa soluzione tecnologica nel contrasto alla minaccia terroristica è indubbiamente molto elevato consentendo, nell’immediato futuro, la protezione del personale operante in situazioni con presenza di rischio chimico-biologico con un supporto dotato di  elevate performance.  (Fonti: Phys.org – Blog Paola Casoli)